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1 DICEMBRE: la giornata mondiale contro un’epidemia inventata e un virus inesistente

1 DICEMBRE: la giornata mondiale contro un’epidemia inventata e un virus inesistente

 

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Il potere dei mass media. Un pò di storia.

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Annunciare una scoperta scientifica in una conferenza stampa? Inimmaginabile in qualunque disciplina scientifica, soggetta a rigorosi controlli e un metodo che non può essere ignorato. Ma nel 1984, Robert Gallo e Margaret Heckler annunciarono proprio in questo modo la scoperta di un terribile “virus”, causa di quella che da GRID (Gay Related Immune Deficiency) venne in seguito definita AIDS. Gallo, la cui mediocre carriera scientifica è nota nel settore e verificabile da chiunque, godette del pieno sostegno delle istituzioni USA, ormai al collasso dopo aver cercato invano nei virus la causa principale del cancro.

Il Presidente Nixon, con la sua “guerra al cancro” spese il più grande capitale (pubblico) della storia della medicina. Per non concludere nulla, come ammise lui stesso. Interessante sottolineare come la Heckler affermò che:

“la PROBABILE causa dell’AIDS” fosse stata individuata e che “un vaccino sarebbe stato pronto entro 2 anni”. E di anni ne sono passati 31.

Ma, ancora più interessante, è il fatto che in poche ore quella “probabile causa dell’Aids”, aggettivo avvalorato dal terrificante fatto che Gallo non fornì un singolo dato o esperimento scientifico a sostegno delle sue parole, venne totalmente e volutamente rimosso e trasformato in certezza causale: Hiv causa Aids.

Il giorno dopo la stampa mondiale gridò ad un disastro senza precedenti: un terribile virus letale che si trasmette con i rapporti sessuali e non solo avrebbe portato alla distruzione dell’umanità. Altra strana combinazione: in 24 ore Gallo brevettò il suo “test Hiv”, basato sulla metodologia ELISA, coprendolo però da segreto di brevetto e rendendo quindi impossibile verificarne il contenuto e il funzionamento preciso.

Non il virus stesso che ad oggi non è mai stato visto da nessuno secondo il protocollo ufficiale stabilito negli anni 70 all’Istituto Pasteur dal gruppo di ricerca di Luc Montagnier (Nobel per la medicina nel 2008 per la “scoperta” dell’Hiv”; già, perché Gallo non ha preso alcun Nobel. E lo ha preso Montagnier 24 anni dopo). Di fondamentale importanza sottolineare come tali test siano totalmente inattendibili e gli stessi produttori dichiarino nei fogli illustrativi che non siano test con uno standard riconosciuto per poter confermare una diagnosi di infezione da hiv. Non avere un “gold standard” significa non avere un patogeno di riferimento. E questo vale per tutti i tipi di test Hiv.

Nello stesso periodo Luc Montagnier affermava di aver scoperto per primo l’ Hiv. Nacque un contenzioso giuridico tra USA e Francia che si concluse con un accordo tra Chirac e Reagan in cui si decise che tutto il malloppo sarebbe stato diviso tra i due paesi. Ancora oggi Gallo e Montagnier guadagnano circa 1 dollaro US per ogni test Hiv effettuato.

Curioso evento storico di dubbia verità: Montagnier avrebbe spedito una coltura cellulare infetta a Gallo. Un virus che sopravvive pochi minuti è quindi riuscito, magicamente, ad attraversare l’oceano. Francia-USA in perfetta forma, nonostante qualche ora di stressante viaggio intercontinentale. Probabilmente viaggiava in Concorde.

  • Migliaia di scienziati dalle credenziali superlative iniziarono subito a sollevare dubbi sulla serietà e credibilità di tutto questo. Dilungarci sulla parte storica non è l’obiettivo principale della presente trattazione; il lettore interessato potrà trovare tutto facilmente sul web.  Nomi come Peter Duesberg, il Nobel per la chimica Kary Mullis (inventore della tecnica propinata come conteggio della “carica virale”, un concetto fantasmatico totalmente privo di senso dal punto della biologia molecolare), il patologo Etienne de Harven e anche alcuni ricercatori nostrani sono ormai celebri. Vengono chiamati “negazionisti”, “dissidenti” e perseguitati come pericoli pubblici.

Da coloro che, come vedremo, non solo negano le evidenze disponibili nella letteratura ufficiale e le dichiarazioni degli scienziati “ortodossi” (molto scomode e stranamente mai citate dai media o dalle associazioni di lotta all’Aids), dichiarazioni che hanno dato il colpo di grazia alla “malattia virale” più in-credibile della storia. Vedremo anche come questi soggetti, che a volte mostrano il loro volto a volte si nascondono nel trolling usando nickname, hanno sempre interessi economici nel perpetuare la menzogna.

La scienza “ortodossa” dalla parte dei “negazionisti”

 

Montagnier, oltre a dimostrare fin dal 1985 con un articolo pubblicato su Annals of Internal Medicine che si può “tornare sieronegativi” in poco tempo (http://annals.org/article.aspx?articleid=699983), ha sentito il probabile bisogno di “alleggerire la sua coscienza” dichiarando nel 2008 che:

il “terribile” Hiv possiamo prenderlo tutte le volte che vogliamo, tanto un buon sistema immunitario lo ERADICHERA’ spontaneamente in poche settimane.

 

E questo, sottolinea, vale anche per un “povero africano” al quale più che medicine sarebbe secondo lui opportuno somministrare opportuni antiossidanti, intervenire sulla malnutrizione, curare le altre infezioni etc… E lancia una stoccata in punta di fioretto, o sarebbe meglio dire un letale colpo di sciabola, non solo contro il “vaccino“, ma anche contro il buon Bill Gates, il Global Fund e altri pseudo-benefattori vari. E, sorridente ma imbarazzato, conclude con il giornalista che lo videointervista affermando che “le cose che sta dicendo sono piuttosto diverse da quelle che siamo stati abituati a sentire…”; pienamente consapevole e orientato si direbbe… Ma il Nobel sembra meno consapevole di un cardine dell’immunologia che ben si guarda dal chiarire:

“l’immunocompetenza non influenza la possibilità di contrarre un’infezione”.

 

Ma di combatterla dopo averla contratta certamente. E non spiega come sia possibile “eradicare” un virus il cui genoma dovrebbe essere inscritto a vita in quello umano. Un soggetto tornerebbe quindi “sieronegativo” e la sua “carica virale” si azzererebbe? come dimostrato in letteratura da lui e non solo? Ma, su questo, il goffo Luc non può o non vuole esprimersi.

Sarebbe curioso vedere le facce dei soggetti marchiati “sieropositivi” perfettamente sani, che diventano deformi e sviluppano una serie infinita di malattie  come l’insufficienza epatica grave, disturbi del sistema emopoietico e soprattutto immunodeficienza proprio grazie alla chemioterapia “anti-Hiv” (vitalizia e in pastiglie) che viene loro prescritta.

  • Una terapia che, scrivono i produttori nei fogli illustrativi, non cura e non previene l’infezione da Hiv e l’insorgenza dell’Aids e i cui effetti collaterali sono indistinguibili dalle manifestazioni cliniche associate all’Aids stessa. Qualcuno ha mai sentito tutto questo? O visto la suddetta intervista di Montagnier in tv? O sui giornali? O sulle pagine di associazioni come LILA, UNAIDS e chi più ne ha più ne metta? No, ovviamente. Perché Montagnier andava bene finché stava al gioco.

Montagnier va bene perché è il “Nobel per la Medicina che ha scoperto l’Hiv”. Ma, in pieno meccanismo dissociativo o forse schizofrenico, dopo certe dichiarazioni il grande Luc  è diventato improvvisamente un vecchio pazzo, è stato “frainteso” ad uso e consumo dei “negazionisti” e “le sue affermazioni sono state tolte dal contesto”. E altre amenità deliranti varie.

Verità dette, ribadite, pubblicate, videoregistrate. Ma che la censura non concede agli scienziati e ricercatori “negazionisti” di divulgare e alla gente di sapere. Perché capiamoci bene: ciò che dice Montagnier, i processi subìti da Gallo per frode scientifica e falsificazione delle sue pubblicazioni, gli articoli scientifici ortodossi  che hanno dimostrato l’inesistenza dell’Hiv, ecco tutto questo è “negazionismo” e “dissidenza”. La censura invece forse è mafia.

  • E ancora, interessante ma non certo stupefacente: ognuno di questi scienziati “ortodossi”, così come molti pseudo-trolls/debunkers, ha stretti legami con le multinazionali farmaceutiche. A questo proposito non si può non citare un fatto made in Italy che riguarda un ormai “celebre” troll (che si scagliò a suon di lettere anonime e insulti di ogni tipo contro il prof. Marco Ruggiero e gli altri pochi ricercatori italiani che si sono esposti pubblicamente).

Un individuo che ribalta la realtà e travisa i fatti come i molti ricercatori e professionisti, i quali hanno abbandonato le università spontaneamente, rinunciando a contratti di docenza appena firmati, diventando professionisti di cui “le università si sono liberate senza troppo clamore” .

Va bene inventare ma qui siamo alla base del funzionamento mentale normale.

Un individuo che cerca e pretende di conoscere fatti mai accaduti tramite strategie zoppicanti e facilmente rintracciabili e verificabili nella loro realtà. Un individuo, e ci avviciniamo così alla ciliegina sulla torta, che usa un nickname su vari siti incluso il suo sito personale. Un sito che, guarda te che caso strano, risulta intestato ad una aziendina farmaceutica del centro Italia; un piccolo braccino sacrificabile a fini di gossip e invenzioni istrioniche di bassa leva di una grande multinazionale del farmaco. Sorpresi?

Un troll appunto. Che, come molti altri, potrebbe magari invece impiegare le proprie energie nel parlare dei miliardi spesi dalla nostrana Barbara Ensoli per il famoso e inesistente vaccino contro Hiv, già promesso da Gallo 31 anni fa e che ancora si continua a promettere, come si promette a un bimbo l’arrivo di Babbo Natale.


  • Un vaccino contro un virus inesistente.

    Già. Un vaccino che, se anche tutta questa boutade fosse vera, creerebbe anticorpi rendendo gli eventuali “sieropositivi vaccinati” indistinguibili dai “veri sieropositivi”, essendo come già detto il test Hiv un test anticorpale. Un ragionamento circolare per sostenere l’insostenibile, difendere l’indifendibile e tenere in piedi ciò che ormai giace a terra. Sì. Questa è logica del business dell’Aids.

E’ evidente come questi soggetti, oltre ad avere dimostrati conflitti di interesse, presentino marcate difficoltà nel ragionamento di base o forse difficoltà cognitive più o meno intenzionali, che sembrano talvolta sfociare in disturbi dell’adattamento sociale veri e propri.

Perché se non si hanno i titoli, secondo loro non si può parlare (vorremmo sapere i titoli dei vari “VIP” utilizzati dalle associazioni “senza scopo di lucro” contro l’Aids, alcuni dei quali ricorderemo a breve); e, attenzione, perché se invece hai i titoli per farlo sei comunque un soggetto pericoloso, un pazzo in preda alla “demenza senile” come è stato detto più volte del Nobel Montagnier o un ambizioso ricercatore che vende “yogurtini” e intrugli magici.

Il buco nero della logica e del buon senso. L’atomo della falsità e della scorrettezza.

Sono i “negazionisti” a guadagnarci?

 

Non serve una laurea per porsi una domanda banale: ma chi ci guadagna qui? I “negazionisti” o gli “ortodossi” o questi bizzarri individui che, con ogni mezzo e oltrepassando il patetico, non dicono stranamente nemmeno il loro nome e cognome e rifiutano ogni tipo di confronto, incluso quello scientifico del cui metodo si fanno sovrani blasonati e autoproclamati? Al lettore la risposta.

Ma, come ormai da tempo per fortuna è palpabile, la menzogna del secolo sta crollando. La popolazione mondiale è in aumento. Anche in Africa, paese decimato da fame e sete e inaccettabile laboratorio di sperimentazioni farmaceutiche aberranti con cavie umane. E, come dimostrato dalle statistiche, la Natura se ne infischia dell’Hiv, delle epidemie costruite a tavolino e dei virus invisibili e inesistenti. Nel mondo intero e soprattutto in Africa, dove l’acqua e il cibo sono ancora un miraggio e probabilmente lo rimarranno, la Natura fa il suo corso. E la verità anche.

E le “caricatevoli” associazioni di varia natura, con i loro grandi “esperti” in materia scientifica (Bill Gates, Sharon Stone, Bono, Carla Bruni, Raul Bova e la lista di ignoranti che salgono sui palchi internazionali a ripetere come oche le frasette predigerite da qualcuno, ma che ormai non hanno alcuna risonanza sulla psicologia sociale), che lottano per salvarci tutti, cosa fanno? Stanno a guardare. E chiedono fondi nelle piazze. Come al mercato, solo che almeno lì si vende qualcosa di reale. Un carciofo o una banana. Non virus inesistenti.

Un’ultima riflessione?

Se davvero questi soggetti e queste associazioni, visti i suddetti legami con le aziende farmaceutiche e i mass media, avessero a cuore la salute del prossimo anziché “altro”, non avrebbero problemi a rendere pubbliche le affermazioni di Montagnier e le innumerevoli pubblicazioni scientifiche che provano che l’Aids e il suo ipotetico patogeno Hiv sono state solo una abile mossa politica, sostenuta dai mass media e che (per fortuna solo inizialmente) è riuscita ad entrare nella psiche dell’umanità come una Apocalisse annunciata (in conferenza stampa) e senza precedenti.

  • Non ci sarebbero problemi nel rendere pubblici gli articoli, pubblicati sulle più prestigiose riviste scientifiche, in cui si dimostra che questo misterioso “Hiv” non lo si trova da nessuna parte; che molta gente è tornata “sieronegativa”; che i fogli illustrativi dei test mettono nero su bianco che non testano nulla che si possa chiamare “Hiv”; che i farmaci antiretrovirali sono la vera condanna a morte (se anche esistesse un virus immunosoppressore, secondo quale logica avrebbe senso “curarlo” con una chemioterapia immunosoppressiva?).

 

E non ci sarebbe necessità così urgente e ridicola di additare come “pericolosi criminali” i numerosi ricercatori (nel mondo sono ormai migliaia) che, noncuranti dei propri interessi personali, hanno dichiarato pubblicamente che questo scempio antiscientifico deve finire.

Ricercatori marchiati come “negazionisti” e “dissidenti”: perché capite, mostrare documenti e fatti oggettivi, certo significa negare e dissentire. Da chi occulta e vive ormai da decenni su questo scandalo. E, probabilmente, è consapevole della ricaduta economica e non solo che la verità avrà e già sta avendo sulla rete diabolica costruita a tavolino dai primi anni ‘80. E la gente di certo è consapevole che la violenza di un attacco è proporzionale alla dimensione della menzogna che si vuole (ulteriormente) nascondere.Di seguito tutte le interviste agli scienziati sopracitati per ulteriori approfondimenti. Buona visione.  

“HIV LA FRODE SCIENTIFICA DEL NOSTRO SECOLO”

 

Hiv-Aids 2014 CORRETTA INFORMAZIONE: Luc Montagnier dalla parte dei “negazionisti”.

RIPORTIAMO QUI L’INTERVISTA  TRATTA DAL PROGRAMMA RADIOFONICO “OUVERTURE”, posta in due differenti maniere,la prima supportata da immagini e documenti che riassumono il tutto,la seconda,riporta l’audio dell’intervista in sè…

 

.https://www.youtube.com/watch?v=x8QG57nN7lY

.https://www.youtube.com/watch?v=hHcm3KUcM8o

.https://www.youtube.com/watchv=AmW8tBp2X0s

 

    marco-ruggiero

I’intervista al Prof. Marco Ruggiero  

Intervento del Prof. Marco Ruggiero (Professore Ordinario di Biologia Molecolare presso Università degli Studi di Firenze) durante la conferenza HIV INFORMA “Hiv e Aids: Tutto quello che non vi hanno detto”. Bari 16 Maggio 2011.

 

 

.HIV 2014 


Pubblicato il 14/mar/2013

 Documenti ufficiali:

  • http://www.scribd.com/doc/135713547/H…

DOCUMENTARIO INTERESSANTE E DA VEDERE ASSOLUTAMENTE ,IL CUI TITOLO è ” HOUSE OF NUMBERS”

INTERVISTE

DOCUMENTI VISIONABILI E SCARICABILI CLICCANDO IL LINK DI SEGUITO

https://vacciniinforma.it/?p=293

 

Sull’ argomento “HIV e  AIDS”   un libro scritto dal Prof. Etienne de Harven


PROFESSOR ETIENNE DE HARVEN


.VIDEO 2014 

  • https://www.youtube.com/watch?v=svSVVw7V5as
  • https://www.youtube.com/watch?v=nHH0OP4FsQU

. Tesi di Laurea del Dottor Daniele Mandrioli “HIV e AIDS”  

parte 1 
  • https://www.youtube.com/watch?v=7YUoU4EQYAY
 parte 2
  • https://www.youtube.com/watch?v=HjvqYRZoBzI

 

 

 

 

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HIV e IDROCORTISONE

HIV e IDROCORTISONE: UNA ENNESIMA PROVA DELLE FALSIFICAZIONI DI ROBERT GALLO.


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A comprova delle sue pratiche di falsificazione, Gallo ha lasciato una traccia del delitto.


Nel 1984, il gruppo di Gallo aveva utilizzato linfociti T helper di omosessuali affetti da AID e AIDS “per la documentazione, per l’isolamento e la produzione continua di retrovirus citopatici”, nonché per la produzione del “test antiHIV” [Popovic 1984, Gallo 1984, Schupbach 1984, Sarngadharan 1984].


A questi lavori di laboratorio avevano partecipato anche collaboratori esterni. Due di questi collaboratori erano a servizio della Litton Bionetics, Kensington MD, USA.


Nel 1987 questi riferirono sui metodi con cui il gruppo di Gallo aveva trattato i lingociti T helper di omosessuali affetti da AID e AIDS.


Essi comunicarono tra l’altro: “La stimolazione in vitro poteva essere raggiunta tramite mitogeni o cellule aggiunte (antigeni allogeni)”.


Certe manipolazioni delle condizioni colturali miglioravano il risultato, ad esempio la coltivazione di cellule dei pazienti insieme a globuli bianchi periferici, stimolati con mitogeni e provenienti da donatori non infetti. Anche l’isolamento del retrovirus delle cellule coltivate fu notevolmente facilitato tramite l’aggiunta di IDROCORTISONE nella coltura [Sarngadharan 1987].


Le affermazioni degli scienziati che avevano partecipato all’ “isolamento dell’HIV” nel laboratorio di Gallo, confermano “l’isolamento HIV” simulato e l’uso di proteine liberate dalle cellule umane coltivate come antigeni proteici per il “test antiHIV”:


 

1-L’idrocostisone è un glucocorticoide.


 

2-I glucocorticoidi inibiscono la proliferazione e la replica dei linfociti T helper umani. In tutte le condizioni fisiologiche, fisiopatologiche, psicologiche e psicopatologiche di stress, essi provocano un’immunosoppressione efficace [Gabrielsen 1967, Machinodan 1970].


 

3-I retrovirus esistenti nei linfociti T helper possono riprodursi solo se gli enzimi per la duplicazione e la divisione della sequenza di DNA dei linfociti T helper, e cioè le DNA polimerasi, sono presenti e attive [Levine 1991].


 

4-I glucocorticoidi inibiscono la sintesi e l’attività delle DNA polimerasi dei linfociti T helper [Gillis 1979, 1979b].


 

5-I glucocorticoidi inibiscono l’espressione genetica dell’enzima NO sintasi per la produzione dell’NO citotossico a livello di trascrizione genetica e di traduzione dei trascritti RNA nella biosintesi proteica [Kunz 1996].


 

6-I glucocorticoidi favoriscono la sintesi di enzimi di riparazione e di processi di riparazione nei linfociti T helper [Brattstad 1996, Lincoln 1997].


 

7-La conditio sine qua non, vale a dire la condizione indispensabile per la produzione dell’ “HIV” nei linfociti T helper, è la stimolazione con la citochina di tipo 1 IL-2 [Gallo 1984, Montagnier 1985] e mitogeni. I glucocorticoidi bloccano l’azione dell’IL-2 e dei mitogeni [Gillis 1979°, 1979b].


 

8-La produzione di citochine di tipo 1 nell’organismo umano è soggetta a un ritmo giorno/notte. Quando, durante le ore notturne e mattutine, il livello di glucocorticoidi (cortisolo) nel siero è più basso, la produzine di citochine infiammatorie di tipi 1 è massima [Petrovsky 1998].


 

9-I glucocorticoidi sono usati clinicamente per il trattamento di iperattività da citochine di tipi 1 in numerose patologie infiammatorie e autoimmunologiche, leucemie e tumori, ma anche nei pazienti organo trapiantati, per impedire il rigetto [Cupps 1982].


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L’enunciato: “L’ISOLAMENTO DELL HIV DALLE CELLULE COLTIVATE FU NOTEVOLMENTE FACILITATO DALL’AGGIUNTA ALLA COLTURA DI IDROCORTISONE“ [Sarngadharan 1987] E’ OBIETTIVAMENTE ABERRANTE”.


Tutti gli specialisti concordano nell’affermare che LE CONDIZIONI IRRINUNCIABILI PER LA COLTIVAZIONE DEI RETROVIRUS DI LINFOCITI T HELPER UMANI VENGONO BLOCCATE DAL GLUCOCORTICOIDE IDROCORTISONE.


 

Nella sua pubblicazione originale del 1984, Gallo ha taciuto la manipolazione delle colture dei linfociti T helper di malati di AID e AIDS con l’idrocortisone per l’ “isolamento dell’HIV” [Gallo 1984].


 

Occorre perciò ribadire che l’affermazione secondo cui i retrovirus nei linfociti T helper umani si replichino più facilmente con l’aggiunta di idrocortisone, rappresenta una contraddizione logica.


 

L’aver taciuto l’aggiunta di idrocortisone e il rifiutare ogni chiarimento in merito, dimostra che Gallo ha sistematicamente soppresso tutte le prove che avrebbero potuto contraddire la sua affermazione dell’ “isolamento dell’HIV” e smascherare gli antigeni proteici utilizzati per il “test HIV” come proteine cellulari umane (cosa ammessa da Montagnier). La conclusione è ovvia: nei confronti della comunità scientifica e dell’opinione pubblica mondiale, Gallo ha spacciato i prodotti della contro regolazione biologicamente programmata dei linfociti T helper umani, esposti a stress ossidanti e nitrosativi, per “retrovirus HIV” e “test antiHIV”.



 

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“HIV” approfondimenti,link,video e info inconfutabili

CONTINUIAMO NELLE INTERESSANTI DOCUMENTAZIONI E VIDEO SU QUESTO ARGOMENTO “LASCIATO UN PO’ NELL’OMBRA”, RIGUARDANTI IL TEMA “HIV”  E ” AIDS”…. BUON APPROFONDIMENTO!


 

 

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Hiv-Aids 2014 CORRETTA INFORMAZIONE: Luc Montagnier dalla parte dei “negazionisti”.


PER VISIONARE IL VIDEO,CLICCA DI SEGUITO


https://www.youtube.com/watch?v=dwgAi-W8Mo8


YOUTUBE

 


CENNI DI ISOLAMENTO E PURIFICAZIONE RETROVIRALE- (Etienne de Harven, Professore Emerito di Anatomia Patologica e Specialista in Microscopia Elettronica)

Quando si cerca la verità, il miglior metodo di indagine è senza dubbio quello utilizzato dagli investigatori, ovvero cercare le prove e attenersi ad esse:

1- E’ fondamentale non lasciarsi ingannare dalle apparenze, che sono spesso fuorvianti.

2- Non fidarsi delle testimonianze di persone implicate più o meno da vicino nella questione, soprattutto se ci sono interessi economici o emotivi che rendono soggettiva la valutazione di qualcosa che deve rimanere oggettivo.

3- Cercare chi trae vantaggio dal crimine.

4- Verificare gli alibi delle persone coinvolte.

5- E soprattutto controllare punto per punto la presunta veridicità dei fatti.

 

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RIPORTIAMO QUI L’INTERVISTA  TRATTA DAL PROGRAMMA RADIOFONICO “OUVERTURE”, posta in due differenti maniere,la prima supportata da immagini e documenti che riassumono il tutto,la seconda,riporta l’audio dell’intervista in sè…

 

.https://www.youtube.com/watch?v=x8QG57nN7lY

 

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.https://www.youtube.com/watch?v=hHcm3KUcM8o

 

OUVERTURE


LE APPARENZE INGANNANO

 

La miriade di scienziati che lavorano quotidianamente sull’Hiv, così come le migliaia di articoli scientifici pubblicati sull’argomento, hanno portato la reale prova dell’esistenza del virus? La risposta è: no! In effetti, se si dedica il tempo necessario (e ne serve davvero molto) per consultare la letteratura scientifica relativa al virus propriamente detto, si rimane sorpresi dal fatto che nessuna di queste ricerche sia mai riuscita a mettere direttamente in evidenza la presenza anche solo di una minima particella virale, e in particolar modo retrovirale, in un malato di Aids.

Tuttavia le tecniche necessarie a tal fine sono classiche e semplici e sono state messe a punto molto prima delle tecniche di biologia o di genetica molecolare.

Queste tecniche comportano l’isolamento diretto a partire dal malato e l’infezione delle cellule coltivate in laboratorio che sono suscettibili di essere infettate da un particolare virus.

La concentrazione dei virus tramite centrifugazione ad alta velocità, l’eliminazione dei batteri e dei detriti cellulari tramite ultrafiltrazione, e l’osservazione diretta delle particelle virali al microscopio elettronico sono alla base della virologia classica e della dimostrazione dell’origine virale di numerose malattie.

Visti al microscopio elettronico, tutti i virus sono uno diverso dall’altro. Le loro differenti famiglie (vaiolo, herpes, influenza, polio, etc…) hanno tutte morfologie proprie e specifiche.

La classificazione delle differenti famiglie di virus è infatti basata principalmente sulla morfologia delle particelle virali. Per contro, in una stessa famiglia di virus, le particelle virali hanno dimensioni e morfologia stabile e che quindi non lascia spazio ad alcun dubbio né ad alcuna confusione.

Al microscopio elettronico è impossibile confondere un virus dell’herpes con quello del vaiolo, ad esempio. I retrovirus sono stati isolati, purificati e fotografati al microscopio elettronico con estrema facilità fina dagli anni 60. Com’è possibile, dunque, che tali prove non esistano per quanto concerne il presunto Hiv?

 


LA SCOPERTA DELVIRUS              robert_galllo

 

E’ un’équipe dell’Istituto Pasteur diretta da Luc Montagnier la prima ad aver annunciato la scoperta di un’attività virale, nel 1983, a partire da prelievi effettuati su un malato di Aids. L’anno successivo, l’équipe di Robert Gallo negli USA fece un annuncio simile. Si scoprirà in seguito che Gallo aveva utilizzato un campione di colture cellulari ricevute da Luc Montagnier mesi prima. Stranamente la stessa cosa è successa a Robin Weiss, il grande specialista dell’Aids britannico, che fu obbligato ad ammettere che anche lui aveva usato un campione delle colture cellulari di Montagnier. Possiamo quindi constatare che da una parte all’altra dell’Oceano, le tre équipe più specializzate sul tema, dopo più di due anni di ricerca, non sono riuscite ad annunciare nient’altro che una vaga supposizione a partire da colture cellulari derivanti da uno stesso paziente. Attenendosi ai dati oggettivi, nessuna di queste équipe ha mai annunciato di aver isolato un nuovo virus causa dell’Aids. Non esiste in tutta la letteratura mondiale un solo articolo che concluda che un tale retrovirus sia stato isolato e che questo sia la causa dell’Aids.

 


LA TRANSCRIPTASI INVERSA        howard baltimore

 

Nel 1970, Howard-Martin Temin e David Baltimore annunciarono (contemporaneamente e indipendentemente) la scoperta di un nuovo enzima: la transcriptasi inversa. Gli verrà assegnato il premio Nobel per la medicina nel 1975 per questa scoperta.

Che cos’ha questo nuovo enzima di rivoluzionario? Bisogna ricordare che il nucleo delle cellule contiene un messaggio genetico dell’individuo, un doppio filamento chiamato DNA (acido desossiribonucleico).

Per poter fabbricare un tipo particolare di proteina, il DNA fa una copia di una delle sue numerose sequenze tramite un enzima: la transcriptasi. Questa copia, destinata ad effettuare la trasmissione del messaggio, è chimicamente differente.

E’ infatti composta di RNA (acido ribonucleico), una variante del DNA. Il dogma scientifico iniziale riteneva che fosse possibile solo la trascrizione da DNA in RNA grazie all’azione della transcriptasi inversa. Ma tuttavia la transcriptasi inversa si rivelò capace di sintetizzare DNA a partire da un modello di RNA e questo capovolse l’ipotesi a senso unico imposta fino ad allora.

L’enzima che rendeva questo fenomeno possibile venne quindi chiamato “transcriptasi inversa”. Senza aspettare i risultati di numerosi esperimenti di controllo che questa scoperta rivoluzionaria implicava, si iniziò a descrivere l’attività di questo enzima in alcuni campioni ipoteticamente purificati di virus associati a certi tipi di leucemia e cancro nei topi e nei polli.

Questa tipologia di virus venne ribattezzata con il nome di “retrovirus”. Il problema principale è che Temin e Baltimore non verificarono mai la purezza dei campioni virali nei quali avevano identificato l’attività enzimatica in questione.

Tuttavia, poco tempo dopo la loro pubblicazione del 1970, divenne evidente come la transcriptasi inversa fosse un fenomeno estremamente diffuso in biologia. Dal 1971 apparve chiaro che la transcriptasi inversa era comune a moltissime cellule animali e anche ai batteri.

Di conseguenza, si sarebbe reso necessario, prima di considerare tale enzima come un “marker retrovirale”, ripetere gli esperimenti di Temin e Baltimore al fine verificare il grado di purificazione nei campioni, al fine di escludere la presenza di detriti cellulari che potevano da soli spiegare la presenza di un’attività di transcriptasi inversa. Questi controlli non sono mai stati effettuati e l’enzima è considerato da più di trent’anni come il marker principale dei retrovirus.


 

LA BANDA 1.16

Due metodi sono utilizzati con successo per purificare i virus, ovvero per isolarli dal resto della preparazione. Uno è basato sull’ultrafiltrazione, l’altro sull’ultracentrifugazione.

Il primo metodo consiste nel filtrare una preparazione in filtri di porosità estremamente fine, bloccando così le particelle al di sopra di una certa dimensione.

Il secondo metodo utilizza la centrifugazione a grande velocità che permette la sedimentazione del preparato in diversi gradienti che dipendono dalla densità degli elementi che li compongono.

Così come la densità dell’acqua pura è di un grammo per millilitro (o di un kilogrammo per litro), la banda di densità di sedimentazione in una soluzione di saccarosio dei retrovirus è di 1.16 grammi per millilitro.

Il problema di questo metodo dei gradienti di densità, ampiamente utilizzato nei laboratori di ricerca, è che i retrovirus non sono i soli ad occupare questa banda di 1,16g/ml. I detriti cellulari, come quelli che vengono chiamati “microvescicole”, sedimentano allo stesso livello nello stesso gradiente.

Identificare del materiale in questo gradiente non è dunque assolutamente sufficiente per proclamare l’isolamento di un retrovirus. La necessità di controllare l’assenza di detriti cellulari tramite il microscopio elettronico è dunque una necessità assoluta, cosa che venne chiaramente sottolineata nel 1973 proprio all’Istituto Pasteur in occasione di una importante conferenza che si occupò esclusivamente dei metodi di purificazione dei retrovirus.

 


L’ISOLAMENTO DEL VIRUS          montagnier_autobio_3       

 

Nell’articolo storico pubblicato nel 1983 da Françoise Barré-Sinoussi, Jean-Cluade Chermann, Luc Montagnier e i loro collaboratori (“Isolation of a T-lymphotropic retrovirus from a patient at risk for acquired immune deficiency syndrome [AIDS]”- Science, volume 220 del 20 maggio 1983, pagg. 868-871), in cui venne annunciato l’isolamento di un retrovirus, l’identificazione dell’attività enzimatica della transcriptasi inversa in una frazione che sedimentava a 1,16g/ml fu proprio la chiave di dimostrazione della presenza di un retrovirus.

 

Ma ormai è ben noto che la transcriptasi inversa non è un marker specifico dei retrovirus così come è ben noto da molto tempo che le frazioni di 1,16g/ml contengono un’abbondanza di detriti cellulari che spiega da sola la presenza di tale attività enzimatica.

In questo articolo storico è anche presente un’immagine eseguita con il microscopio elettronico che mostra dei retrovirus sulla superficie di un linfocita. L’immagine è stata interpretata come la prova dell’infezione delle cellule della coltura estratta originariamente da un paziente.

Ma ciò che questo articolo omette di considerare è che le colture sono state mescolate con dei linfociti provenienti da sangue di cordone ombelicale e che la placenta umana è nota da anni per essere un tessuto incredibilmente ricco di retrovirus endogeni (prodotti dalle cellule).

 

In breve, l’articolo considerato dal mondo intero come la referenza scientifica di base sull’isolamento dell’Hiv, ha le sue fondamenta su tre errori metodologici:

  1. Non aver verificato la presenza di detriti cellulari nei campioni analizzati.

2. Avere ignorato l’attività enzimatica di questi stessi detriti cellulari.

3. Aver ignorato la presenza di retrovirus endogeni nelle cellule di origine placentare che erano state aggiunte alle colture.

 

Questo studio può quindi essere considerato come la dimostrazione della presenza di un retrovirus di verosimile natura endogena nella colture cellulari utilizzate, ma non può essere presentato come la prova dell’isolamento di un retrovirus proveniente da un paziente affetto da Aids. Soltanto quindici anni più tardi vennero effettuati degli esperimenti di controllo in due laboratori, uno negli USA e l’altro in Francia.

Questi due laboratori hanno pubblicato in maniera congiunta, sulla rivista Virology, i risultati dei loro studi al microscopio elettronico dei gradienti ottenuti da colture cellulari che si ritenevano produttive di Hiv.

In entrambi i casi, gli autori hanno osservato una abbondanza di detriti cellulari senza alcuna evidenza accettabile di particelle retrovirali.

 

Il virus purificato semplicemente non è stato rilevato. Quasi nello stesso momento, Luc Montagnier venne intervistato dal giornalista Djamel Tahi e finì con l’ammettere che in effetti il presunto Hiv non venne mai purificato nel suo laboratorio.

 

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E’ interessante notare che l’articolo dell’Istituto Pasteur del 1973 che abbiamo citato in precedenza affermava chiaramente che una attività di transcriptasi inversa era presente nei detriti cellulari. Per quanto ciò possa sembrare incredibile, è proprio all’Istituto Pasteur che, dieci anni più tardi, nel 1983, il ruolo dei detriti cellulari sia stato ignorato, mettendo la ricerca sull’Aids su una strada errata che continua da trent’anni.

 


LE FOTO DEL VIRUS                      aids_purificazione_virus_leucemia

Sulle riviste di tutto il mondo sono apparse immagini grandiose e variopinte del presunto Hiv, immagini totalmente artificiali e ritoccate al computer.

A livello psicosociale, esibire tali immagini al mondo intero, sia agli scienziati che alla gente comune, equivale ad inviare un messaggio apparentemente limpido e chiaro: l’Hiv è stato effettivamente isolato poiché è possibile vederlo al microscopio elettronico.

E questa è una enorme menzogna.

Tutte queste immagini provengono da colture cellulari. Non una sola di esse proviene direttamente da un malato di Aids, nemmeno da quelli ai quali si attribuisce l’assurda etichetta di avere una “carica virale” elevata.

Tutto porta a credere che nell’articolo di Montagnier del 1983 i retrovirus endogeni del linfocita proveniente dal sangue del cordone ombelicale siano stati attivati dalle condizioni particolari della coltura.

Tutte queste colture sono state iperstimolate con sostanze mitogene e stimolanti come la fitoemagglutinina (PHA), il fattore di crescita dei linfociti (TCGF), INTERLEUCHINA 2 e inoltre i corticosteroidi.

Ora, tutte queste sostanze sono conosciute come attivanti dell’espressione di retrovirus endogeni presenti in ognuno di noi.


UN PROTOCOLLO NON RISPETTATO

Per poter arrogarsi il diritto di aver dimostrato l’esistenza di un retrovirus specifico bisogna assolutamente rispettare quanto segue:

1. A partire da un prelievo effettuato da un paziente, bisogna ottenere un campione purificato, ovvero ripulito da tutti gli elementi non-retrovirali. Questo campione non deve contenere quindi altro che retrovirus.

2. Analizzare il campione al fine di dimostrare da un lato la presenza di RNA (e non di DNA) e dall’altro la presenza di proteine di origine retrovirale.

3. Il campione va quindi messo in coltura per verificare il fatto che i retrovirus che esso contiene penetrino nelle cellule della coltura (ovvero che avvenga l’infezione).

4. Mettere in evidenza che le cellule infettate inizino a loro volta a produrre altri retrovirus.

5. Verificare che questi nuovi retrovirus così prodotti possiedano le stesse identiche caratteristiche (RNA e proteine) del campione di partenza. Bene, in tutti gli articoli e le ricerche pubblicate in trent’anni, non esiste una sola équipe di ricerca che abbia lavorato su un campione purificato, il che significa che la prima e indispensabile regola del protocollo non è mai stata rispettata.

RIPORTIAMO QUI IL VIDEO        

 https://www.youtube.com/watchv=AmW8tBp2X0s


PROPONIAMO ALTRI LINK E VIDEO CHE MERITANO DI ESSERE VISTI

I’intervista al Prof. Marco Ruggiero          marco-ruggiero
https://www.youtube.com/watch?v=_G13MOJLIgo

 RIPORTIAMO UN DOCUMENTARIO INTERESSANTE E DA VEDERE ASSOLUTAMENTE ,IL CUI TITOLO è ” HOUSE OF NUMBERS”
https://www.youtube.com/watch?v=BwgmzbnckII
YOUTUBE



INTERVISTE….
.http://vimeo.com/23023169
.http://vimeo.com/22982996
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FILE e DOCUMENTO riguardante gli studi sul tema dell’ “HIV”

IN QUESTA SEZIONE POTRETE VISIONARE  DOCUMENTI SCIENTIFICI,IMMAGINI E FOTO, CHE RIPORTANO STUDI E AFFERMAZIONI DI MEDICI,RICERCATORI,PREMI NOBEL  IN MERITO AL TEMA DELL’ “HIV”.


 

 

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IMPORTANTE DOCUMENTO FRUTTO DELLO STUDIO DI MEDICI,RICERCATORI DICHIARAZIONI DI SCIENZIATI E PREMI NOBEL SUL TEMA DELL’ “HIV”

 


 

Il 23 aprile 1984 il dr. Robert Gallo affermò in una conferenza stampa con l’allora segretaria del Ministero della Salute statunitense Margaret Heckler che:
“la probabile causa dell’AIDS era stata individuata, è un virus chiamato HTLV-3 (oggi chiamato HIV); contiamo di avere un vaccino pronto entro 2 anni”.
Tale conferenza venne effettuata prima che Gallo sottoponesse la sua ricerca e i suoi esperimenti alla comunità scientifica per poterne verificare la validità. 24 ore dopo il primo “test” ipoteticamente destinato all’individuazione degli anticorpi del virus nel sangue umano era già stato brevettato ed era pronto per essere venduto in tutto il mondo.
I documenti ufficiali che “provano” questa “scoperta” sono riportati nelle due pagine seguenti….


 

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 PRIMA DI ANDARE AVANTI NELL’ARGOMENTO,E’ IMPORTANTE LEGGERE QUANTO SEGUE…


 

 

«Lo stesso giorno della conferenza stampa, Gallo depositò il brevetto per il procedimento del test oggi conosciuto come “test per l’Aids” e, il giorno successivo, The New York Times tramutò la teoria di Gallo in una certezza, pubblicando notizie sensazionali sul “virus che causa l’Aids”.

Annunciando ai media la propria ipotesi senza produrre dei dati concreti, Gallo violò una regola fondamentale del procedimento scientifico. Innanzitutto, i ricercatori sono tenuti a far pubblicare  su un giornale medico o scientifico l’evidenza di un’ipotesi, documentando le ricerche o gli esperimenti condotti per formularla. Quindi, alcuni esperti esaminano e discutono l’ipotesi, tentando poi di ripetere gli esperimenti originari per confermare o smentire i risultati iniziali.


Ogni nuova ipotesi, prima di venir considerata una teoria plausibile, deve reggere all’esame minuzioso di specialisti in quello stesso ambito ed essere verificata tramite esperimenti ad esito favorevole.

Nel caso dell’Hiv, Gallo annunciò pubblicamente un’ipotesi non confermata e i media riportarono questa sua opinione come fosse un fatto accertato, incitando i funzionari del governo ad impegnarsi in un nuovo piano d’azione per la salute pubblica basato sull’idea, non comprovata,dell’esistenza di un virus dell’Aids.


 

La più importante delle regole standard per l’isolamento di un retrovirus in colture cellulari umane prevede la liberazione del materiale cellulare ottenuto nella coltura da tutte “le impurità”, a eccezione delle particelle retrovirali sospette, frutto della gemmazione dalle membrane dopo la stimolazione della coltura cellulare (budding). Queste particelle, presunti retrovirus, devono essere separate dal liquido cellulare tramite centrifugazione ad altissima velocità e quindi catturate in una soluzione di glucosio. Basandosi su ricerche sperimentali, era ben noto che in questa procedura i retrovirus si raccolgono nella soluzione di glucosio ad una certa profondità in forma di gradiente di densità. La tecnologia di laboratorio prevede una misura di 1,16 gm/ml.


 

  • Molecole, frammenti di cellule, particelle virali e non virali del liquido cellulare centrifugato di diverse colture si raccolgono in questo gradiente di densità, in quanto i componenti si distribuiscono nella soluzione di glucosio non in base al peso molecolare ma secondo la densità dei componenti. Per garantire quindi che le presunte particelle virali siano raccolte in corrispondenza del gradiente di densità di 1,16 gm/ml, è necessario applicare una procedura di purificazione e di  concentrazione, visto che solamente la raccolta delle particelle in corrispondenza del gradiente di densità consente di verificare se il diametro e il volume di queste particelle corrispondon effettivamente alle particelle retrovirali sospette, osservate al microscopio elettronico in fase di gemmazione dalla membrana cellulare (purificazione).

Le colture cellulari contengono numerose particelle non virali, con forma, aspetto e struttura tali da non permetterne la distinzione con ragionevole certezza dai veri retrovirus; perciò, dopo l’effettivo isolamento tramite purificazione, il contenuto delle particelle deve essere preparato biochimicamente. Con una procedura di routine della biologia molecolare, le proteine del guscio delle particelle, compresa la proteina enzimatica caratteristica dei retrovirus e gli acidi nucleici all’interno del guscio delle particelle, devono essere identificati con precisione.


 

Se le proteine e gli acidi nucleici nelle particelle isolate e purificate presentano una struttura identica e se gli acidi nucleici in queste particelle formano molecole di RNA invece del DNA, solo così c’è qualche probabilità che si tratti di particelle retrovirali delle cellule umane. Una prova certa dell’esistenza di un retrovirus nelle cellule umane è possibile solo se le molecole RNA in queste particelle costruiscono dei geni contenenti le istruzioni codificate per la biosintesi delle proteine contenute nelle particelle stesse, e se queste proteine possono effettivamente essere sintetizzate in maniera identica. Una volta disponibili queste certezze, non è ancora certo che   queste particelle retrovirali appartengano a virus esogeni, trasmettibili e infettivi.


Infatti si potrebbe trattare anche di retrovirus endogeni, identificati in una grande varietà nel genoma di  numerosi tipi di cellule umane, e che non sono affatto infettivi. Per una differenziazione fra retrovirus esogeni ed endogeni nelle cellule umane, i retrovirus effettivamente isolati e caratterizzati biochimicamente devono essere trasmessi a colture cellulari umane, presentare nuovamente la gemmazione dalle cellule, essere nuovamente isolati e purificati, deve essere confermato l’isolamento tramite fotografie al microscopio elettronico, deve essere dimostrata l’identità biochimica delle proteine e degli acidi nucleici e l’RNA delle particelle deve essere un genoma codificato per la sintesi proteica specifica delle particelle retro virali.


 

Verso la metà del 1983, l’ipotesi irrazionale della “letale epidemia sessuale dell’Aids” era già stata programmata nella psicologia di massa, sulla base di qualche centinaio di casi dal 1978 fra gli omosessuali passivi con prolungata inalazione di nitriti e anni di abuso di antibiotici. In stretta cooperazione fra specialisti di laboratorio della ricerca oncologica retrovirale, le autorità sanitarie statali e i mass media, nel 1983 era già stato deciso che la malattia dell’Aids dovesse essere la conseguenza di un nuovo “agente patogeno” e di una “letale epidemia trasmessa con il sesso e il sangue”.


Si trattava solamente di decidere a chi la “mano invisibile del mercato” avrebbe concesso la commercializzazione a livello mondiale dei kit diagnostici. La squadra di Gallo con ogni evidenza doveva guadagnare tempo per individuare il trucco di laboratorio decisivo che permettesse di isolare una quantità sufficiente di “Hiv” per produrre le “proteine Hiv” in numero sufficiente per i test di massa. La “produzione di Hiv” in provetta non era sufficiente a questo scopo.


  • La richiesta di brevetto di Montagnier per un “test antiHiv” venne rifiutata negli Stati Uniti; la richiesta di brevetto dell’Istituto Nazionale del Cancro degli USA per il test di Gallo venne approvata in tempi record, prima ancora che lo stesso Gallo avesse pubblicato una sola riga sull’isolamento dell’ Hiv” e sullo sviluppo di un “test antiHiv” sulla base delle proteine dell’“Hiv” da lui isolato. Solo dopo anni di contenzioso giuridico fra gli Stati Uniti e la Francia, i diritti di brevetto per il “test antiHiv” furono riconosciuti a Gallo e Montagnier in occasione di un vertice fra l’allora presidente Reagan e l’allora sindaco di Parigi Chirac; in un gesto apparentemente nobile, questi diritti vennero conferiti alla Fondazione mondiale antiAids di cui Montagnier divenne presidente.

In realtà questa assurda controversia permetteva di distogliere l’attenzione dal problema vero: e cioè il fatto che né Gallo, né Montagnier avevano mai “isolato” un retrovirus umano e l’origine retrovirale delle proteine del “test Hiv” non era mai stata dimostrata. Per l’opinione pubblica mondiale, il fatto che due specialisti di famosi istituti di ricerca come l’Istituto Pasteur e l’Istituto Nazionale del Cancro degli USA combattessero per il riconoscimento degli onori della scoperta, doveva per forza significare che il “nemico numero uno dell’umanità” (presidente Reagan 1984) esisteva realmente e quindi doveva essere la causa della “più tremenda epidemia del XX secolo” (Gallo 1991) e il “test dell’Aids” doveva proteggere la popolazione mondiale da questa “epidemia di massa letale” .


Ma nel periodo dal 1983 al 1997, le immagini al microscopio elettronico dei componenti proteici del gradiente di densità non sono mai state pubblicate né da Montagnier e Gallo né da alcun altro retrovirologo. Le prime immagini al microscopio elettronico del gradiente di densità in fase di “isolamento dell’Hiv” sono state pubblicate da due gruppi di ricerca nel marzo 1997, vale a dire 14 anni dopo la prima pubblicazione del presunto “isolamento dell’Hiv” a cura di Gallo e Montagnier (Bess 1997, Gluschankof 1997).


A detta di uno dei pionieri della microscopia elettronica per il controllo dell’isolamento retrovirale in cellule di mammiferi, il professore di medicina De Harven, queste immagini al microscopio elettronico presentano “risultati disastrosi” (De Harven 1998a). Le prime immagini al microscopio elettronico, a comprova del materiale cellulare del gradiente di densità dopo “l’isolamento dell’Hiv” da cellule umane, mostrano “praticamente solo del materiale citologico” delle cellule umane nella coltura (Papadopulos-Eleopulos 1998a). Quindi, 14 anni dopo il presunto “primo isolamento dell’Hiv” e 13 anni dopo l’applicazione del “test Hiv” viene messo in evidenza che i retrovirologi e oncologi Montagnier e Gallo avevano semplicemente simulato “l’isolamento dell’Hiv” e che le proteine alla base degli antigeni per il “test Hiv” non sono altro che proteine residuali e di scarto delle colture cellulari umane. Il risultato di “sieropositività” perciò non significa altro che la reazione di un livello di anticorpi naturale, seppure aumentato, nel siero dei probandi ».





leggete con molta attenzione IL DOCUMENTO RIPORTATO QUI,FRUTTO DI ANNI E ANNI DI STUDI DA PARTE DI RICERCATORI,SCIENZIATI,MEDICI e con la visione dei video posti in sezione “MEDICINA 360°” AVRETE UNA VISIONE COMPLETA DELL’ARGOMENTO,BUONA LETTURA…

 

LA  SIEROPOSITIVITA’  NON INDICA UN’INFEZIONE

CENNI DI VIROLOGIA 

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L’idea che un test Hiv positivo indichi un’infezione cronica, progressiva e mortale è sicuramente la più radicata nell’immaginario psichico sociale a causa dell’abile e diabolico battage mediatico perpetuato per decenni da scienziati governativi statunitensi e, sorprendentemente, da star hollywoodiane improvvisamente divenute specialiste (profumatamente pagate) in materie sanitarie.


Parafrasando Jules Romain e il suo dr. Knock:
“ogni uomo sano è un malato inconsapevole”


CENNI STORICI DI VIROLOGIA


In tutta la storia della virologia, l’isolamento di un virus e la dimostrazione di un suo legame causale con una determinata patologia furono spesso il risultato di esperimenti effettuati in laboratorio su colture cellulari. Non vennero mai effettuati degli isolamenti diretti a partire dai malati con una prova diretta della malattia e della contagiosità.
Bisogna infatti risalire alle origini della virologia più antica per trovare degli esempi di isolamento diretto, come per esempio nel caso del vaiolo.
Nel mentre vennero effettuati alcuni esempi di trasmissione tramite filtrati ultracellulari, grazie all’utilizzo di speciali filtri che permettevano chiaramente di scartare l’ipotesi secondo la quale la trasmissione di una malattia fosse dovuta a cellule o batteri, poiché le cellule viventi e i batteri sono infatti troppo voluminosi per passare attraverso i filtri. Questi esempi sono in effetti all’origine delle prime scoperte virologiche.

I metodi di filtrazione (chiamati spesso “ultrafiltrazione”) erano sufficientemente raffinati per permettere una valutazione approssimativa della dimensione delle particelle “virali” che erano gli agenti di trasmissione dell’infezione, agenti chiamati “principi filtranti”, semplicemente per sottolineare il fatto che queste particelle erano abbastanza piccole da passare attraverso i filtri utilizzati in laboratorio.
Queste indicazioni approssimative sulle dimensioni dei virus suggerivano che la maggior parte di essi misurava probabilmente 0,1 o 0,2 micron, talmente piccoli da non poter essere osservati al microscopio ottico. Bisogna quindi attendere la scoperta del microscopio elettronico, dotato di una risoluzione cento volte più elevata rispetto a quello ottico, per riuscire a visualizzare direttamente i virus e potere quindi misurare in modo preciso il loro diametro.
Ma tutto ciò non impedì a Peyton Rous di dimostrare, nel 1911 all’Istituto Rockfeller di New York, tramite semplici e dirette tecniche di ultrafiltrazione, la trasmissione per “ultrafiltrazione acellulare” di un cancro del pollo. Egli arrivò quindi a postulare, senza mai averlo visto ma con eccellenti motivazioni scientifiche, l’esistenza e il potere cancerogeno del virus che porta il suo nome.


Quarant’anni più tardi, Charlotte Friend utilizzò la stessa tecnologia di ultrafiltrazione per dimostrare l’esistenza di un altro virus che causa la leucemia in certi tipi di topi. Due anni più tardi la tecnologia del microscopio elettronico permise a Etienne de Harven di visualizzare il virus della  leucemia dei topi, il “virus Friend”.


Questa premessa è essenziale in riferimento al tema dell’Hiv, poiché sia il virus di Rous che quello di Friend sono entrambi retrovirus, esattamente come il presunto Hiv, che però è invisibile al microscopio elettronico.
Nella virologia moderna la base delle tecniche di isolamento si fonda su tecniche di colture cellulari eseguite in laboratorio; il microscopio elettronico permette in seguito di:
1) Caratterizzare la struttura e le dimensioni esatte dei virus;
2) La loro classificazione nel quadro generale della virologia.
Non sorprende quindi che presso l’Istituto Pasteur nel 1983, il presunto annuncio dell’isolamento dell’Hiv dipendeva essenzialmente da una magistrale combinazione di metodi di coltura cellulare e di microscopio elettronico.
E’ proprio a partire da colture cellulari molto complesse e iperstimolate (con aggiunta di sostanze mitogene quali l’idrocortisone la PHA, già da sole in grado di indurre la Transcriptasi inversa e il fenomeno di “budding” cellulare”) che l’équipe dell’Istituto Pasteur ha creduto di poter annunciare la scoperta di un agente virale che “potrebbe essere implicato nella causa dell’Aids”; ed è sempre a partire da queste colture cellulari, definite da Luc Montagnier stesso come delle vere “zuppe di retrovirus”, che si iniziarono a definire delle proteine che vennero poi attribuite a questo virus in modo del tutto arbitrario.


In effetti, poiché all’epoca (e nemmeno in seguito) il presunto Hiv venne mai isolato né tantomeno purificato, non esiste motivazione ragionevole per attribuirgli queste proteine trovate nelle colture cellulari utilizzate per questa pseudo-scoperta.


Esistono diversi tipi di test per la diagnosi di un’infezione virale:
-i test indiretti, che non identificano il virus ma la presenza nel corpo del paziente di anticorpi specifici prodotti dal suo sistema immunitario in reazione alla presenza del virus. Tali anticorpi vengono rilevati per mezzo delle tecniche immuno-enzimatiche (metodica ELISA/EIA), come quelle usate nella medicina di laboratorio dell’Aids sotto il nome di “test di sieropositività”;
-i test diretti, che permettono di evidenziare il virus o i suoi componenti (antigeni, genoma) tramite osservazione diretta al microscopio elettronico;
-i test basati sull’infezione di certe colture cellulari (in laboratorio).


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ANTIGENI E ANTICORPI


Gli antigeni costituiscono l’insieme delle molecole estranee al corpo che permettono la produzione degli anticorpi. Sotto questo termine generico sono raggruppati elementi organici e chimici diversi per misura e dimensione (batteri, virus, cellule, pollini, proteine varie…).
Fabbricati dai linfociti B, gli anticorpi sono proteine la cui funzione è quella di agganciarsi agli antigeni per marcarli, per permettere così alle cellule del sistema immunitario specializzate nell’eliminazione di questi antigeni di identificarli prima di distruggerli.


“Per ogni anticorpo il suo antigene” era una regola data per certa fino a quando ci si rese conto che gli anticorpi potevano spesso mancare il bersaglio e marcare degli antigeni ai quali non erano destinati. Lo stesso anticorpo può dunque marcare diversi tipi di antigene, ma lo stesso antigene può a sua volta essere marcato da diverse varietà di anticorpi. Questa viene chiamata “reazione incrociata”.
Tutta l’immunologia si basa su questi concetti di antigene e anticorpo.
Il problema maggiore è che queste due parole hanno delle definizioni reciproche: non si può definire un antigene senza parlare di anticorpo e viceversa. Il problema dell’immunologia è quindi proprio quello di basarsi su due termini che si definiscono reciprocamente.


LE PROTEINE VIRALI

Per caratterizzare un virus, i virologi di oggi utilizzano le metodiche di ingegneria genetica e biologia molecolare, inclusi i cosiddetti “marker biochimici”. Il controllo indispensabile e diretto al microscopio elettronico è sempre più trascurato.
Questi marker costituiscono, teoricamente, la “carta d’identità” molecolare del virus. Poiché i differenti gruppi di ricerca non sono mai riusciti a trovare le stesse proteine antigeniche nelle loro colture cellulari, ci sono voluti anni affinchè si trovasse uno pseudo-consenso forzato e si decidesse senza alcun evidenza scientifica che circa una decina di proteine fossero tipiche e caratteristiche dell’Hiv. La presenza di tali proteine è stata tra l’altro valutata solo ed esclusivamente nelle colture cellulari e mai direttamente nel corpo umano.


Che ne è dunque della loro presunta specificità? Basandosi sull’evidenza dei fatti, questa specificità semplicemente non esiste. Non essendo mai stato purificato l’Hiv, la natura virale delle proteine è una semplice utopia. Al contrario, alcune di queste proteine corrispondono a degli elementi che non hanno nulla a che vedere con un virus. Per esempio, la proteina chiamata p24 corrisponde al peso molecolare della miosina; la p41 a quello dell’actina. Sia l’actina che la miosina sono proteine essenziali delle cellule muscolari che si trovano naturalmente nel corpo. Nel 1990 venne inoltre pubblicato su Cancer Research uno studio in cui si dimostrava che la metà di 144 cani testati presentavano anticorpi contro uno o più degli antigeni attribuiti all’Hiv. I cani sviluppano per caso l’Aids?


L’AFFIDABILITA’ DEI TEST DIAGNOSTICI


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I test sierodiagnostici sono destinati ad individuare la presenza di anticorpi nei liquidi biologici, generalmente nel siero del sangue in cui questi anticorpi sono distribuiti.
Le tecniche utilizzate, anche se differenti, partono tutte dallo stesso principio: individuare una reazione tra gli antigeni del microbo e gli anticorpi del paziente diretti contro questi antigeni. Le persone che desiderano conoscere il proprio stato sierologico vengono sottoposte in primis ad un test di “valutazione” tra i quali l’Elisa è il più diffuso. Semplice e poco costoso, è ritenuto di eccellente sensibilità, ovvero capace di individuare con precisione la presenza di anticorpi nelle persone “infette”.
Se questo primo test è positivo, viene ripetuto una seconda volta. Se anche il secondo è positivo, verrà effettuato un altro test detto “di conferma”, generalmente di tipo Western Blot (elettroforesi su gel), che dovrebbe avere una elevata specificità, ovvero dovrebbe riuscire a individuare con precisione l’assenza di anticorpi in soggetti “non infetti”.
Prima di essere immessi sul mercato, anche questi test vengono testati. E qui si presenta il problema principale poiché questi test sono stati valutati in condizioni alquanto bizzarre, ovvero l’assenza di un gold standard:
-come abbiamo appena detto infatti, non esiste alcuna prova che le proteine antigeniche selezionate provengano da un virus chiamato Hiv;
-inoltre, il fenomeno delle reazioni crociate non permette di affermare che gli anticorpi che reagiscono siano specifici per gli antigeni presenti nel test;
-infine, gli studi realizzati dalle ditte produttrici per validare i loro test non sono scientificamente accettabili.

In effetti, per poter pretendere di annunciare la sensibilità di un “test Hiv”, questo andrebbe valutato su una popolazione quanto più vasta possibile di soggetti di cui si abbia la certezza che siano portatori del virus. Ora, essendo l’Hiv non rilevabile anche nei malati di Aids conclamati, queste prove non sono ovviamente mai state fornite.
E ancora: la ricerca della specificità si effettua a partire da una popolazione di cui si abbia certezza, con le prove alla mano, che non abbia mai incontrato il virus. Per la stessa ragione di cui sopra, tale prova non è mai stata fornita né pubblicata.
Il test Western Blot comprende 10 bande antigeniche corrispondenti alle 10 proteine ritenute specifiche e uniche dell’Hiv. Sorvolando sul fatto che il numero di bande richiesto per confermare la sieropositività varia non solo da paese a paese ma anche da un’azienda produttrice del test all’altra, bisogna chiedersi, data la presunta specificità per l’Hiv di queste 10 proteine:
1) Come mai sono necessarie almeno da due a quattro bande quando una sola (visto che tutte le 10 proteine sono spacciate come uniche e specifiche di Hiv) dovrebbe essere sufficiente per permettere di diagnosticare la presenza del virus?
2) Come mai solo due o quattro bande sono necessarie, visto che la presenza del virus dovrebbe necessariamente implicare la presenza di tutte le 10 proteine che gli vengono attribuite, e quindi la reazione di tutte le 10 bande del test?

LA “CARICA VIRALE”

Il concetto di “carica virale” è stato introdotto negli USA dal dottor David Ho, tra l’altro promotore della terapia combinata (o “cocktail”), che sperava così di fornire una spiegazione al fatto misterioso che nessuno riuscisse a trovare l’Hiv direttamente nel corpo di un paziente.
Questo bizzarro personaggio mediatico (eletto “uomo dell’anno” dalla rivista Time) propose quindi che il virus fosse in grado di rendersi “invisibile” ma che si poteva tuttavia trovarne traccia grazie alla tecnica PCR (reazione a catena della polimerasi), che è una procedura di moltiplicazione (e non
di identificazione) del DNA. Nel 1997, David Ho e i suoi collaboratori trattarono un gruppo di 20 pazienti con una biterapia che associava l’AZT con un inibitore delle proteasi. Dall’inizio della terapia, la “carica virale” di questi pazienti calò ad un livello “non rilevabile”. Questo risultato venne presentato come evidenza che tale terapia combinata fosse efficace.
Secondo gli scienziati ortodossi stessi, almeno il 99,8% delle particelle misurate dal test di carica virale non è infettivo.
E allora da dove arrivano queste particelle?
E’ evidente che, non essendo l’Hiv mai stato osservato al microscopio elettronico, la quantità di DNA/RNA rilevato nei test di carica virale proviene da numerosi detriti cellulari presenti nel sangue e non da un virus che nessuno al mondo ha mai visto. Questo spiega anche il fatto, scientificamente aberrante, che non esista un codice genetico attribuito ad Hiv che sia lo stesso non solo da un paziente all’altro, ma addirittura nello stesso paziente in momenti diversi. Questo è facilmente spiegabile poiché i detriti cellulari variano in continuazione e non hanno di conseguenza sempre lo stesso codice genetico, misurato con la tecnica PCR.
E’ scientificamente stabilito che il genoma umano contiene circa il 2% di sequenze di origine retrovirale.

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La presenza di frammenti di cromosomi cellulari nei campioni spiega dunque facilmente la presunta “carica virale”, senza che ciò abbia alcun rapporto con l’ipotetica presenza di particelle di “Hiv” nel sangue.

Se una persona fosse veramente infettata non ci sarebbe bisogno di ricorrere alla PCR per vedere il virus: sarebbe sufficiente il microscopio elettronico per osservarlo in grande quantità. Per esempio, per trovare traccia del cosiddetto Hiv nel latte materno vengono effettuati 45 cicli consecutivi di PCR, il che significa un’amplificazione di 35 milioni di volte.
Solo quando la purificazione virale è correttamente ottenuta e confermata al microscopio elettronico, è in seguito possibile isolarne a livello biochimico le molecole (proteine, enzimi, acidi nucleici) la cui natura virale è garantita dalla purificazione originale. Solo ed unicamente in questo caso l’identificazione di un “marker molecolare” virale diviene sinonimo dell’identificazione del virus stesso. Senza purificazione, tutto ciò non è scientificamente sostenibile.

Luc Montagnier ha ammesso nel 1997 di non avere mai purificato il virus, proprio nello stesso anno in cui sulla prestigiosa rivista Virology due gruppi di ricerca tentarono per la prima volta di purificare l’introvabile Hiv: anche questo primo, unico e ultimo tentativo (tra l’altro come sempre effettuato su colture cellulari e non su un paziente) fu vano. Quando a Montagnier venne chiesto quale fosse lo scopo della purificazione virale egli rispose “che la purificazione serve per essere sicuri che ci si trovi davanti un vero virus”.
Per concludere, lo stesso inventore della tecnica PCR, il Premio Nobel per la chimica Kary Mullis, ha sempre messo in guardia la comunità scientifica dall’utilizzare la sua tecnica per identificare l’Hiv.

Mullis ne parlò anche nel suo discorso durante la cerimonia di premiazione in cui gli venne assegnato il Premio: tale discorso è il primo e unico a non esser mai stato pubblicato nella storia dei Nobel…
Purificazione virale al microcopio elettronico del virus Friend della leucemia.
Virology, 1997. Il tentativo di purificazione del presunto Hiv ha portato, secondo gli autori stessi, solo all’osservazione di “vescicole cellulari“. Ovvero detriti cellulari che non hanno nulla a che fare con un virus.

L’HIV—  CENNI DI ISOLAMENTO E PURIFICAZIONE RETROVIRALE 

Quando si cerca la verità, il miglior metodo di indagine è senza dubbio quello utilizzato dagli investigatori, ovvero cercare le prove e attenersi ad esse:
1- E’ fondamentale non lasciarsi ingannare dalle apparenze, che sono spesso fuorvianti.
2– Non fidarsi delle testimonianze di persone implicate più o meno da vicino nella questione, soprattutto se ci sono interessi economici o emotivi che rendono soggettiva la valutazione di qualcosa che deve rimanere oggettivo.
3– Cercare chi trae vantaggio dal crimine.
4– Verificare gli alibi delle persone coinvolte.
5– E soprattutto controllare punto per punto la presunta veridicità dei fatti.
Come verrà mostrato in questo articolo, applicando questo metodo per andare alla ricerca del “criminale misterioso” battezzato Hiv, le sorprese non mancano certo.

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LE APPARENZE INGANNANO

La miriade di scienziati che lavorano quotidianamente sull’Hiv, così come le migliaia di articoli scientifici pubblicati sull’argomento, hanno portato la reale prova dell’esistenza del virus? La risposta è: no!
In effetti, se si dedica il tempo necessario (e ne serve davvero molto) per consultare la letteratura scientifica relativa al virus propriamente detto, si rimane sorpresi dal fatto che nessuna di queste ricerche sia mai riuscita a mettere direttamente in evidenza la presenza anche solo di una minima particella virale, e in particolar modo retrovirale, in un malato di Aids.
Tuttavia le tecniche necessarie a tal fine sono classiche e semplici e sono state messe a punto molto prima delle tecniche di biologia o di genetica molecolare. Queste tecniche comportano l’isolamento diretto a partire dal malato e l’infezione delle cellule coltivate in laboratorio che sono suscettibili di essere infettate da un particolare virus.
La concentrazione dei virus tramite centrifugazione ad alta velocità, l’eliminazione dei batteri e dei detriti cellulari tramite ultrafiltrazione, e l’osservazione diretta delle particelle virali al microscopio elettronico sono alla base della virologia classica e della dimostrazione dell’origine virale di numerose malattie.

Visti al microscopio elettronico, tutti i virus sono uno diverso dall’altro. Le loro differenti famiglie (vaiolo, herpes, influenza, polio, etc…) hanno tutte morfologie proprie e specifiche. La classificazione delle differenti famiglie di virus è infatti basata principalmente sulla morfologia delle particelle virali. Per contro, in una stessa famiglia di virus, le particelle virali hanno
dimensioni e morfologia stabile e che quindi non lascia spazio ad alcun dubbio né ad alcuna confusione. Al microscopio elettronico è impossibile confondere un virus dell’herpes con quello del vaiolo, ad esempio.
I retrovirus sono stati isolati, purificati e fotografati al microscopio elettronico con estrema facilità fina dagli anni 60. Com’è possibile, dunque, che tali prove non esistano per quanto concerne il presunto Hiv?

LA SCOPERTA DEL VIRUS

E’ un’équipe dell’Istituto Pasteur diretta da Luc Montagnier la prima ad aver annunciato la scoperta di un’attività virale, nel 1983, a partire da prelievi effettuati su un malato di Aids.
L’anno successivo, l’équipe di Robert Gallo negli USA fece un annuncio simile. Si scoprirà in seguito che Gallo aveva utilizzato un campione di colture cellulari ricevute da Luc Montagnier mesi prima. Stranamente la stessa cosa è successa a Robin Weiss, il grande specialista dell’Aids britannico, che fu obbligato ad ammettere che anche lui aveva usato un campione delle colture cellulari di Montagnier. Possiamo quindi constatare che da una parte all’altra dell’Oceano, le tre équipe più specializzate sul tema, dopo più di due anni di ricerca, non sono riuscite ad annunciare nient’altro che una vaga supposizione a partire da colture cellulari derivanti da uno stesso paziente.
Attenendosi ai dati oggettivi, nessuna di queste équipe ha mai annunciato di aver isolato un nuovo virus causa dell’Aids. Non esiste in tutta la letteratura mondiale un solo articolo che concluda che un tale retrovirus sia stato isolato e che questo sia la causa dell’Aids.

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A PROPOSITO DI DOCUMENTAZIONE


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LA TRANSCRIPTASI INVERSA


Nel 1970, Howard-Martin Temin e David Baltimore annunciarono (contemporaneamente e indipendentemente) la scoperta di un nuovo enzima: la transcriptasi inversa. Gli verrà assegnato il premio Nobel per la medicina nel 1975 per questa scoperta


Che cos’ha questo nuovo enzima di rivoluzionario? Bisogna ricordare che il nucleo delle cellule contiene un messaggio genetico dell’individuo, un doppio filamento chiamato DNA (acido desossiribonucleico). Per poter fabbricare un tipo particolare di proteina, il DNA fa una copia di una delle sue numerose sequenze tramite un enzima: la transcriptasi. Questa copia, destinata ad effettuare la trasmissione del messaggio, è chimicamente differente. E’ infatti composta di RNA (acido ribonucleico), una variante del DNA.


Il dogma scientifico iniziale riteneva che fosse possibile solo la trascrizione da DNA in RNA grazie all’azione della transcriptasi inversa. Ma tuttavia la transcriptasi inversa si rivelò capace di sintetizzare DNA a partire da un modello di RNA e questo capovolse l’ipotesi a senso unico imposta fino ad allora.
L’enzima che rendeva questo fenomeno possibile venne quindi chiamato “transcriptasi inversa”.


Senza aspettare i risultati di numerosi esperimenti di controllo che questa scoperta rivoluzionaria implicava, si iniziò a descrivere l’attività di questo enzima in alcuni campioni ipoteticamente purificati di virus associati a certi tipi di leucemia e cancro nei topi e nei polli.
Questa tipologia di virus venne ribattezzata con il nome di “retrovirus”.
Il problema principale è che Temin e Baltimore non verificarono mai la purezza dei campioni virali nei quali avevano identificato l’attività enzimatica in questione. Tuttavia, poco tempo dopo la loro pubblicazione del 1970, divenne evidente come la transcriptasi inversa fosse un fenomeno estremamente diffuso in biologia. Dal 1971 apparve chiaro che la transcriptasi inversa era comune a moltissime cellule animali e anche ai batteri.


Di conseguenza, si sarebbe reso necessario, prima di considerare tale enzima come un “marker retrovirale”, ripetere gli esperimenti di Temin e Baltimore al fine verificare il grado di purificazione nei campioni, al fine di escludere la presenza di detriti cellulari che potevano da soli spiegare la presenza di un’attività di transcriptasi inversa.
Questi controlli non sono mai stati effettuati e l’enzima è considerato da più di trent’anni come il marker principale dei retrovirus.


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LA BANDA 1.16

Due metodi sono utilizzati con successo per purificare i virus, ovvero per isolarli dal resto della preparazione. Uno è basato sull’ultrafiltrazione, l’altro sull’ultracentrifugazione.
Il primo metodo consiste nel filtrare una preparazione in filtri di porosità estremamente fine, bloccando così le particelle al di sopra di una certa dimensione.
Il secondo metodo utilizza la centrifugazione a grande velocità che permette la sedimentazione del preparato in diversi gradienti che dipendono dalla densità degli elementi che li compongono.
Così come la densità dell’acqua pura è di un grammo per millilitro (o di un kilogrammo per litro), la banda di densità di sedimentazione in una soluzione di saccarosio dei retrovirus è di 1.16 grammi per millilitro.
Il problema di questo metodo dei gradienti di densità, ampiamente utilizzato nei laboratori di ricerca, è che i retrovirus non sono i soli ad occupare questa banda di 1,16g/ml. I detriti cellulari, come quelli che vengono chiamati “microvescicole”, sedimentano allo stesso livello nello stesso gradiente.


Identificare del materiale in questo gradiente non è dunque assolutamente sufficiente per proclamare l’isolamento di un retrovirus. La necessità di controllare l’assenza di detriti cellulari tramite il microscopio elettronico è dunque una necessità assoluta, cosa che venne chiaramente sottolineata nel 1973 proprio all’Istituto Pasteur in occasione di una importante conferenza che si occupò esclusivamente dei metodi di purificazione dei retrovirus.


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L’ISOLAMENTO DEL VIRUS


Nell’articolo storico pubblicato nel 1983 da Françoise Barré-Sinoussi, Jean-Cluade Chermann, Luc Montagnier e i loro collaboratori (“Isolation of a T-lymphotropic retrovirus from a patient at risk for acquired immune deficiency syndrome [AIDS]”- Science, volume 220 del 20 maggio 1983, pagg. 868-871), in cui venne annunciato l’isolamento di un retrovirus, l’identificazione dell’attività enzimatica della transcriptasi inversa in una frazione che sedimentava a 1,16g/ml fu proprio la chiave di dimostrazione della presenza di un retrovirus. Ma ormai è ben noto che la transcriptasi inversa non è un marker specifico dei retrovirus così come è ben noto da molto tempo che le frazioni di 1,16g/ml contengono un’abbondanza di detriti cellulari che spiega da sola la presenza di tale attività enzimatica. In questo articolo storico è anche presente un’immagine eseguita con il microscopio elettronico che mostra dei retrovirus sulla superficie di un linfocita. L’immagine è stata interpretata come la prova dell’infezione delle cellule della coltura estratta originariamente da un paziente.


Ma ciò che questo articolo omette di considerare è che le colture sono state mescolate con dei linfociti provenienti da sangue di cordone ombelicale e che la placenta umana è nota da anni per essere un tessuto incredibilmente ricco di retrovirus endogeni (prodotti dalle cellule).
In breve, l’articolo considerato dal mondo intero come la referenza scientifica di base sull’isolamento dell’Hiv, ha le sue fondamenta su tre errori metodologici:

1. Non aver verificato la presenza di detriti cellulari nei campioni analizzati.
2. Avere ignorato l’attività enzimatica di questi stessi detriti cellulari.
3. Aver ignorato la presenza di retrovirus endogeni nelle cellule di origine placentare che erano state aggiunte alle colture.

Questo studio può quindi essere considerato come la dimostrazione della presenza di un retrovirus di verosimile natura endogena nella colture cellulari utilizzate, ma non può essere presentato come la prova dell’isolamento di un retrovirus proveniente da un paziente affetto da Aids.


Soltanto quindici anni più tardi (1997) vennero effettuati degli esperimenti di controllo in due laboratori, uno negli USA e l’altro in Francia. Questi due laboratori hanno pubblicato in maniera congiunta, sulla rivista Virology, i risultati dei loro studi al microscopio elettronico dei gradienti ottenuti da colture cellulari che si ritenevano produttive di Hiv.


In entrambi i casi, gli autori hanno osservato una abbondanza di detriti cellulari senza alcuna evidenza accettabile di particelle retrovirali. Il virus purificato semplicemente non è stato rilevato.
Quasi nello stesso momento, Luc Montagnier venne intervistato dal giornalista Djamel Tahi e finì con l’ammettere che in effetti il presunto Hiv non venne mai purificato nel suo laboratorio.
E’ interessante notare che l’articolo dell’Istituto Pasteur del 1973 che abbiamo citato in precedenza affermava chiaramente che una attività di transcriptasi inversa era presente nei detriti cellulari. Per quanto ciò possa sembrare incredibile, è proprio all’Istituto Pasteur che, dieci anni più tardi, nel 1983, il ruolo dei detriti cellulari sia stato ignorato, mettendo la ricerca sull’Aids su una strada errata che continua da trent’anni.


   LE FOTO DEL VIRUS


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Sulle riviste di tutto il mondo sono apparse immagini grandiose e variopinte del presunto Hiv, immagini totalmente artificiali e ritoccate al computer.
A livello psicosociale, esibire tali immagini al mondo intero, sia agli scienziati che alla gente comune, equivale ad inviare un messaggio apparentemente limpido e chiaro: l’Hiv è stato effettivamente isolato poiché è possibile vederlo al microscopio elettronico. E questa è una enorme menzogna.


Tutte queste immagini provengono da colture cellulari. Non una sola di esse proviene direttamente da un malato di Aids, nemmeno da quelli ai quali si attribuisce l’assurda etichetta di avere una “carica virale” elevata.


Tutto porta a credere che nell’articolo di Montagnier del 1983 i retrovirus endogeni del linfocita proveniente dal sangue del cordone ombelicale siano stati attivati dalle condizioni particolari della coltura. Tutte queste colture sono state iperstimolate con sostanze mitogene e stimolanti come la fitoemagglutinina (PHA), il fattore di crescita dei linfociti (TCGF), INTERLEUCHINA 2 e inoltre i corticosteroidi. Ora, tutte queste sostanze sono conosciute come attivanti dell’espressione di retrovirus endogeni presenti in ognuno di noi.



UN PROTOCOLLO NON RISPETTATO


Per poter arrogarsi il diritto di aver dimostrato l’esistenza di un retrovirus specifico bisogna assolutamente rispettare quanto segue:
1. A partire da un prelievo effettuato da un paziente, bisogna ottenere un campione purificato, ovvero ripulito da tutti gli elementi non-retrovirali. Questo campione non deve contenere quindi altro che retrovirus.


2. Analizzare il campione al fine di dimostrare da un lato la presenza di RNA (e non di DNA) e dall’altro la presenza di proteine di origine retrovirale.
3. Il campione va quindi messo in coltura per verificare il fatto che i retrovirus che esso contiene penetrino nelle cellule della coltura (ovvero che avvenga l’infezione).
4. Mettere in evidenza che le cellule infettate inizino a loro volta a produrre altri retrovirus.
5. Verificare che questi nuovi retrovirus così prodotti possiedano le stesse identiche caratteristiche (RNA e proteine) del campione di partenza.
Bene, in tutti gli articoli e le ricerche pubblicate in trent’anni, non esiste una sola équipe di ricerca che abbia lavorato su un campione purificato, il che significa che la prima e indispensabile regola del protocollo non è mai stata rispettata.


L’AIDS NON E’ UNA MALATTIA SESSUALMENTE TRASMISSIBILE – EVIDENZE SCIENTIFICHE –


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Tutte le malattie veneree (sifilide, blenoraggia, herpes genitale o anale, etc…), essendo sessualmente trasmissibili, provocano un’infezione i cui sintomi sono visibili e evidenti nel giro di qualche giorno, e ciò accade senza distinzione tra gli individui.
Per contro, il presunto retrovirus Hiv provocherebbe una reazione immunitaria (“sieroconversione”) dopo diverse settimane o mesi e colpirebbe di preferenza certe categorie di individui secondo una schema variabile anche in base alla geografia. In un’infezione classica, è possibile inoltre mettere in evidenza l’agente patogeno specifico mentre nel caso dell’Hiv, come ormai è noto, il virus è invisibile se non si ricorre ai presunti markers molecolari, totalmente inattendibili.


L’AIDS NEGLI OMOSESSUALI


I primi cinque casi di Aids vennero osservati e descritti a Los Angeles nel 1981. L’autore del primo report su questi cinque casi iniziali, Michael Gottlieb, aveva indicato chiaramente che questi cinque pazienti erano tutti omosessuali e facevano tutti uso di nitriti inalanti  (“poppers”).


Inoltre, Gottlieb sottolineò che questi cinque uomini non si erano mai incontrati e quindi la possibilità di un contagio era impossibile. Cosa ha potuto quindi far pensare a Gottlieb di trovarsi davanti ad una nuova malattia infettiva? Non esiste giustificazione logica per tale forzatura deduttiva, e la domanda rimane quindi senza risposta.


Come spiegare quindi il fatto che il dr. Gottlieb non abbia ragionato nello stesso modo e non abbia immediatamente compreso che i suoi cinque pazienti erano tutti stati esposti alle stesse droghe tossiche e di conseguenza avevano sviluppato la stessa malattia?
Un altro aspetto avrebbe inoltre dovuto far dubitare fin dall’inizio dell’ipotesi contagiosa dell’Aids: il fatto che il 95% dei casi totali di Aids riportati nei primi anni era composto da individui di sesso maschile. Nessuna domanda su questa anomalia? Avete mai visto un’epidemia influenzale colpire principalmente soggetti di sesso maschile, omosessuali e nella stessa fascia di età?


Ma queste domande nessuno se le pose, e l’ipotesi della contagiosità dell’Aids continuò a prendere piede e andava salvata a tutti i costi, anche al punto di sorvolare sul fatto che il presunto Hiv sembrava infettare solo i maschi.
La ricerca sull’Hiv divenne all’istante un business enorme in USA. Ma poiché i malati erano solo maschi omosessuali, il numero dei casi non apparve sufficiente per giustificare i finanziamenti monumentali che erano stati subito messi a disposizione degli scienziati. Come ha fatto giustamente notare la giornalista Celia Farber in un articolo del 1992, divenne urgente far terrorizzare e ingannare quanta più gente possibile (ovvero al mondo intero). Da qui nacque l’idea dell’Aids eterosessuale….


 

L’AIDS NEGLI ETEROSESSUALI


Durante l’estate del 1987 iniziò una colossale campagna di intossicazione psicologica mediatica volta a creare il panico nella popolazione eterosessuale. “Nobody is safe from Aids” era il messaggio inviato al mondo dalle autorità sanitarie statunitensi, messaggio diffuso con rara servilità da parte dei mass-media di tutto il pianeta.


Questo creo un vero assalto ai centri diagnostici per l’Hiv. I test positivi come è facile comprendere vista la loro totale inaffidabilità, cominciarono ad essere migliaia anche in persone con uno stile di vita assolutamente normale.
“Ve lo avevamo detto!”, rispondevano fiere e con superbia le autorità di sanità pubblica che avevano annunciato questo flagello capace di colpire tutto il il mondo.
Ma come aveva potuto il virus “migrare” dai gruppi a rischio e diffondersi alla popolazione generale? Semplice: per colpa degli uomini bisessuali.
Il solo modo per salvarsi da questa epidemia era l’astinenza sessuale, al massimo, l’uso del preservativo (con altre mille precauzioni).


Fino ad allora si era affermato che l’Hiv si poteva trasmettere tramite il sangue. Non venivano indicati pericoli per quanto riguarda lo sperma, la saliva, le secrezioni vaginali e il sudore.
Ma la fobia dell’infezione fu tale che la gente iniziava a guardarsi con sospetto. Tutte le persone con un test positivo diventarono degli intoccabili, esclusi dalla vita sociale, rifiutati ovunque, spesso anche dalla propria famiglia. Addirittura alcuni bambini non vennero ammessi a scuola.


Addirittura qualcuno arrivò a dire che l’Aids era una punizione divina per i peccatori. A tanto arrivò la psicosi sociale, con tratti chiaramente deliranti che rimandano ad una epidemia di follia collettiva.
Per dimostrare la non contagiosità dell’Aids, analizzeremo ora tutti i differenti vettori di contagio ipoteticamente responsabili della trasmissione della malattia.


LA TRASMISSIONE TRAMITE SPERMA

 


Se ci si attiene alla ricerca ortodossa, la dimostrazione della trasmissibilità dell’Aids tramite il liquido seminale e tutt’altro che solida. Nel 1991, uno studio pubblicato sulla rivista medica Fertility and Sterility ha dimostrato che su 28 soggetti maschi sieropositivi, solo quattro avevano traccia dell’Hiv nel loro sperma (in realtà, traccia dell’attività enzimatica non specifica attribuita ad un retrovirus). In uno studio precedente, la proporzione era di uno soggetto su dodici. Tutti gli studi effettuati non hanno mai dimostrato più di un 28-30% di campioni di sperma “contaminati” e
bisogna anche sottolineare che gli autori hanno rilevato la presenza di un virus su milioni spermatozoi.
Gli specialisti ortodossi stessi sono concordi nell’affermare che una tale quantità non è sufficiente per il contagio. Ma tuttavia si continua a far credere che lo sperma sia un vettore di contagio.


L’AIDS NEI CARCERATI E NELLE PROSTITUTE


Si è fatto credere che l’Aids fosse particolarmente diffusa nelle carceri a causa della promiscuità sessuale diffusa in questi luoghi a causa dell’assenza di sesso femminile. Ma anche in questo caso i casi di sieropositività si rilevano praticamente solo nei carcerati tossicodipendenti. Analizzando la letteratura si scopre che il tasso di sieropositività nelle carceri del sud Africa è del 2,3% ed è logico aspettarsi quindi che tale tasso sia nettamente inferiore nella popolazione generale. E, invece, le stime “ufficiali” fornite dalle organizzazioni mondiali di salute pubblica comunicano un tasso di sieropositività pari al 20% in tutta la popolazione sud-africana….


Le prostitute vennero considerate fin dall’inizio il gruppo più a rischio di esposizione alle malattie veneree e vennero da subito considerate un grave problema per la sanità pubblica. Ma, stranamente, l’Aids è praticamente introvabile in questo gruppo “a rischio”, e le prostitute sieropositive sono esclusivamente quelle che sono anche tossicodipendenti. L’Aids non ha nessuna caratteristica tipica delle malattie sessualmente trasmissibili reali che si contraggono rapidamente (in qualche giorno), senza distinzione di razza o di sesso maschile o femminile, e con una enorme presenza del microbo rilevabile con facilità nel soggetto infetto.
Gli ortodossi si guardano bene dal commentare queste evidenze e continuano a diffondere l’idea secondo la quale l’Aids si trasmetta per via eterosessuale, soprattutto a causa dei rapporti sessuali con le prostitute.


Anche in questo caso, gli studi scientifici condotti fin dall’inizio della presunta epidemia di Aids dimostrano esattamente il contrario. Uno studio condotto in New Jersey (uno degli Stati in cui si fa maggior uso di droghe) su 62 prostitute diagnosticate sieropositive ha dimostrato che 47 di esse (il 76%) erano tossicomani endovenose. Sulle restanti 15, gli autori hanno ipotizzato che queste avessero mentito riguardo all’uso di droghe e che alcune di esse avessero mostrato di recente altre infezioni sessualmente trasmissibili (causa di falsi positivi).


Un altro studio realizzato in Nevada su 535 prostitute che lavoravano nelle case chiuse non ha rilevato un solo caso di sieropositività. Per contro, nelle prigioni del Nevada venne riscontrato un tasso di sieropositività nelle prostitute detenute pari al 6%. Tutte loro erano tossicomani.
Altri studi simili sono stati condotti a Parigi: su 56 prostitute testate, nemmeno un caso di sieropositività; a Londra: nemmeno un caso di sieropositività su 50 prostitute testate in una clinica specializzata in malattie veneree; a Nuremberg: nessun caso di sieropositività sulle 339 prostitute testate; in Italia: solo le prostitute tossicomani si sono rivelate sieropositive.


LA TRASMISSIONE MADRE-FIGLIO


La scienza ortodossa afferma che il contagio madre-figlio avvenga in 3 modi: durante la vita fetale, durante il parto e tramite allattamento.
Bisogna sapere che gli anticorpi del neonato sono gli stessi della madre. Il bambino inizierà a produrre suoi anticorpi nel giro di qualche mese. E’ dunque logico che dei test anticorpali che siano risultati postivi nella madre possano produrre un risultato identico nel bambino. In assenza di alcun trattamento, il bambino ritorna naturalmente sieronegativo nella maggior parte dei casi.
Sebbene questo sia ben noto alla comunità scientifica, si continua a consigliare, o meglio ad imporre, il trattamento con antiretrovirali a dei neonati, con risultati devastanti su un bambino in fase di sviluppo.
Tutto ciò indica chiaramente che l’Aids, la cui realtà clinica rimane comunque indiscutibile, non ha alcuna caratteristica tipica delle malattie sessualmente trasmissibili e nessuna prova scientifica è mai stata fornita a sostegno di questa assurda tesi.


UNA “MARCIA INDIETRO”?


Il 4 gennaio 2010 il governo statunitense ha preso una decisione alquanto bizzarra, e ancora più bizzaro è il fatto che nessun telegiornale o rivista ne abbia fatto cenno (questa volta Sharon Stone, Bono, Elton John etc.. non erano disponibili?): l‘Hiv è stato rimosso dalle malattie sessualmente trasmissibili di interesse per la salute pubblica perchè, come ha sottoscritto Hillary Clinton “non rappresenta un rischio significativo”.
Ecco un estratto dal documento originale del CDC (Center for Deseases Control):
“HHS/CDC is removing HIV infection from the definition of communicable disease of public health significance contained in 42 CFR 34.2(b) and scope of examination, 42 CFR 34.3 because HIV infection does not represent a communicable disease that is a significant threat to the general U.S. population”.


(per chi volesse consultare il sito del CDC questo è il link:


http://www.cdc.gov/immigrantrefugeehealth/laws-regs/hiv-ban-removal/final-rule-technical-qa.html )


La più grave minaccia nella storia dell’umanità è inspiegabilmente diventata nel silenzio dei mass-media una “malattia” meno preoccupante della gonorrea, che è invece rimasta nell’elenco delle malattie sessualmente trasmissibili di interesse pubblico.
Ancora una volta, appare evidente come la psicologia del terrore (tra l’altro di bassa caratura agli occhi di uno specialista del settore) utilizzata dalle fonti governative si basi sulla iper-diffusione di notizie false al fine creare sentimenti di panico nel mondo e sul silenzio più totale riguardo alla verità scientifica e oggettiva che viene sottoscritta dopo decenni dalle stesse menti che hanno inventato questa squallida menzogna. La più grave nella storia della scienza


 

 

 

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